13 Giu 2009 |
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Le fonti principali, tali perché scritte a poco tempo dalla morte di Scanderbeg da persone spesso ragionevolmente considerabili testimoni dei fatti, sono: HISTORIA SCANDERBEGI, EDITA PER QUENDAM ALBANENSEM. Pubblicata a Venezia per la prima volta il 2 aprile 1480 da un Anonimo. L'originale latino è andato perso. Abbiamo però la traduzione in italiano di Gianmaria Biemmi, prete, pubblicata per la prima volta a Brescia nel 1742. Biemmi, basandosi quasi esclusivamente su tale scritto, scrisse nel 1756 la sua ISTORIA DI GIORGIO CASTRIOTO, DETTO: SCANDER-BEGH. E' sempre Biemmi a dirci che l'autore albanese anonimo era originario di Antivari e lo chiama Antivarino. Biemmi ci dice anche che chi scrisse tale opera riporta anche particolari dalle battaglie in cui era impegnato Scanderbeg, basandosi sulle dettagliate descrizioni che ne faceva il fratello, ufficiale della guardia del principe albanese. "GLI ILLUSTRI E GLORIOSI GESTI E VITTORIOSE IMPRESE, FATTE CONTRA TURCHI, DAL SIGNOR DON GIORGIO CASTRIOTO, DETTO SCANDERBEG, PRENCIPIE D'EPIRRO" di un Anonimo che si basa sul manoscritto di padre Demetrio Franco, tesoriere di Scanderbeg, pubblicato anonimo per la prima volta a Venezia nel 1545. Per quanto riguarda le indicazioni bibliografiche che riguardino studi fatti sull'Albania dell'epoca di Scanderbeg e sue biografie esse soccombono tutte nei confronti di quelle già citate degli studiosi ottocenteschi qua sopra e nei confronti della biografia GEORGE CASTRIOTI SCANDERBEG, by Bishop Fan Stylian Noli, International University Press, New York, 1947, riscritta in varie edizioni in albanese con notevoli aggiunte prima e dopo. Noli è stato il primate della Chiesa Ortodossa Autocefala Albanese, statista e grande patriota albanese della prima metà del sec. XX. Quanto è stato scritto dopo il 1947 non mi sembra debba essere preso in considerazione. Quello che veniva scritto in Albania doveva passare attraverso le maglie di una rigida e bieca censura operata da uno dei più feroci dittature comuniste del secolo. Non bastava che l'opera non contenesse elementi nocivi alla dottrina socialista, ma doveva essere allineata con la linea storiografica del potere. Le conseguenze sull'imparzialità e obbiettività delle opere storiche sono facilmente immaginabili. Le fonti presenti in Albania subirono un filtro dettato dalla medesima ideologia e non potevano costituire altro per eventuali volenterosi e ben animati storiografi di altri paesi se non una fonte inquinata e inaccessibile. La purezza delle fonti è minata anche negli altri paesi balcanici confinanti per la semplice ragione che nei secoli l'inimicizia e l'odio etnico tra questi popoli ha portato ognuno di essi a tentare di giustificare storicamente le proprie pretese senza molto badare alla necessità di obiettività storiografica.
La prima cosa che stupisce di questo periodo è la riscoperta del cattolicesimo come fattore d'unità per un popolo frazionato e mai davvero unito. Un fattore ineliminabile se si vuole dare appieno ragione della capacità di resistere che caratterizzò gli albanesi di quel periodo. Capacità che si fondava sull'unità. In un paio di momenti, come si vedrà, l'azione del Papa sarà determinante per l'affermazione di questa unità. Non solo, ma entrò inevitabilmente in contrasto anche, in varie fasi, con Venezia, che possedeva le maggiori, più antiche e più sviluppate città costiere dell'Albania: Durazzo, Alessio (Lezhë), Scutari e altre. Insisto su tali nomi per due ragioni. Non si può comprendere la vicenda di Scanderbeg senza contestualizzarla in un paese e in un popolo profondamente divisi, che non era mai stato unito sotto un'autorità centrale, pieno di particolarismi e di rivalità. In secondo luogo, perché voglio rendere evidente e menzionare già da ora i nomi di quei principi albanesi che segneranno l'epopea di Scanderbeg come suoi alleati, feudatari, compagni d'arme, generali, traditori e amici. Tornando a Giovani Castriota, non voglio dilungarmi eccessivamente sulla sua storia. Basti sapere che nel 1407 è menzionato negli archivi di Venezia come "dominus satis potens in partibus Albaniae". Per far fronte ai turchi il principe accetta di diventare vassallo della Serenissima ed avere la sua protezione, poiché unico paese cattolico con lui confinante. Ciononostante, si rifiuta di acconsentire a che dodici chiese delle diocesi albanesi, tutte concentrate nell'Albania centrale che nel periodo da noi esaminato era, appunto, dei Castriota, cadano sotto la giurisdizione del vescovo di Alessio, adducendo a motivo la loro appartenenza da 800 anni ai vescovadi d'Albania. Negli archivi di Venezia si legge riferendosi alle intenzioni di tale vescovo: "Occupare duodecim de ecclesiis episcopatus Albaniae et illas nititur se movere ab ipsu episcopatu Albaniae et unire atque educere sub episcopatu suo". Queste dodici chiese dell'episcopato d'Albania esistevano dal tempo di Giustiniano (che era nato proprio in quelle terre) ed erano state da lui istituite nel sesto secolo, almeno questo è quanto afferma Noli che di questo, differentemente da quasi tutto il resto, non specifica le fonti, forse dandole per scontate. Il 1407 è l'anno in cui Giovanni Castriota entra in conflitto con i Turchi. La lotta continuerà fino al 1430, anno in cui verrà definitivamente sconfitto. Le clausole della pace che sottoscrive definitivamente sono pesanti. Doveva convertirsi all'islamismo, dare tutti i figli maschi in pegno al sultano (uno di questi poteva però riprendere l'eredità del padre alla morte di lui e il sultano s'impegnava a farli crescere nella loro fede), cedere la strategicamente importantissima regione di Dibra e della sua fortezza di Sfetigrad nel nord dell'Albania (da una cartina qualsiasi dell'Albania si evince la cruciale importanza della regione, giacché era una delle poche vie d'accesso al montagnoso territorio albanese), cedere la capitale Kruja, diventare vassallo del sultano, versargli un tributo e contribuire con un esercito alle guerre del sultano nei Balcani. In verità, dagli archivi di Venezia, Noli rileva come sia incontestabile che Giorgio era stato dato in pegno già nel 1421, all'età di nove anni insieme a Reposh, il maggiore che era andato a chiudersi più tardi nel monastero del monte Sinai, quindi è probabile che nel '30 venissero dati in pegno Stanislao e Costantino. La prima cosa che fece Murad II fu quella di affidare i pegni a educatori del palazzo, affinché li educassero nell'islam. Evidentemente il sultano non aveva nessuna intenzione di mantenere la sua parola nei confronti del secondogenito Stanislao (erede dei diritti di primogenitura dopo la rinuncia di Reposh) che avrebbe dovuto rimettere sul trono del padre. Questi, essendo già grande, si mostro irrequieto e si permise di pretendere le sue terre al cospetto del sultano alla morte del padre Giovanni. Caso volle che morisse anch'egli poco dopo a causa, secondo quanto racconta Barleti, di avvelenamento da cibo. La stessa fine fece poco tempo dopo Costantino. Giorgio invece era troppo piccolo quando era stato dato in pegno e, evidentemente, troppo furbo per mostrarsi di essere nemico del sultano. Nel trenta, per giunta, era già un comandante di cavalleria famoso e un grande capo carismatico per i suoi uomini. Viene descritto da Barleti (nel trenta Giorgio aveva solo diciotto anni) come alto, forte, corpo perfettamente scolpito, con i classici tratti somatici della stirpe montanara illirica cui apparteneva la sua famiglia. Si era già messo in mostra in una serie di battaglie in Anatolia e il sultano gli aveva anche affidato la conduzione di una piccola, ma difficile campagna in cui si era particolarmente distinto e che gli aveva fatto meritare il titolo che generò l'appellativo con cui divenne famoso. Fu nominato bey, titolo onorifico militare, volendo tradurre il quale giungiamo a "il grande", "magno" e corrisponde grossomodo per quanto riguarda i privilegi all'interno della casta militare all'occidentale "maresciallo". Abbiamo già detto che il sultano non aveva alcuna intenzione di rispettare la parola data a Giovanni Castriota di crescere i figli di questi fuori dalla Dar el Islam, nella fede cattolica cui un tempo era appartenuto il padre. La prima cosa che fece fu quello di cambiare il nome Giorgio in Iscander (Skëndér). Questa sarebbe, secondo Barleti, l'origine di Iscander - bey, Scanderbeg. Non avendo altre indicazioni sull'origine del nome e non trovando origine etimologiche più convincenti dobbiamo affidarci per forza a Barleti e cercare di trovare il fondo di verità della sua leggenda. La legenda di Barleti racconta anche di come, quando il sultano gli chiese se avrebbe fatto bene ad annettere il principato dei Castriota e darlo in feudo ad un pascià, Giorgio rispose umilmente che lui voleva solo combattere per il suo sultano. Effettivamente, Murad II lo trattava come un figlio, lo colmava di onori e lo teneva sempre presso di sé, credendo che il principe albanese non lo avrebbe mai tradito e che fosse diventato a questo punto un vero turco. Non mi stancherò mai di far rilevare come queste notizie siano suffragate solamente da Barleti e da qualche cronico turco indirettamente, mentre di esse non troviamo traccia nelle altre trattazioni.
Tra il 1435 e il 1438 si assiste ad una grande rivolta nel sud Albania comandata da Arianit Comnen Thopia, futuro genero di Scanderbeg. I rivoltosi ebbero alcune vittorie, ma vennero definitivamente sconfitti nel '38 e la rivolta fini nel sangue. I turchi fecero piramidi di teste di rivoltosi, gettandone altre ai bambini di Adrianopoli perché vi giocassero e i principi prigionieri vennero uccisi rompendo essi le ossa con un martello. Anche il nord cominciò ad attivarsi, ma mancava di un capo. Giovanni Castriota era vecchio e Giorgio per il momento non ne volle sapere delle suppliche dei suoi futuri sudditi. Effettivamente un'impressa del genere era da escludere in quel momento. Le guarnigioni turche in Albania erano troppo forti e nessuno era riuscito ad espugnarne le fortezze. La rivolta intesa come immediata e diretta contrapposizione militare al sultano non aveva futuro e Scanderbeg lo sapeva bene per la semplice ragione che era lui uno di quelli che conoscevano meglio le potenzialità dell'esercito ottomano. Va notato anche che gli albanesi avevano sempre dimostrato fino a quel momento storico e dimostreranno di seguito a più riprese la loro pressoché totale incapacità di assediare fortezze e di condurre una guerra offensiva in grande stile. Tanto che in una lettera, che da principe scriverà al suo alleato Alfonso di Napoli, Scanderbeg dirà che i suoi uomini possono tutto contro i soldati, ma nulla contro le mura. Nel 1442 morì Giovanni Castriota. Barleti, Il principato passò a Hassàn Bey Versdesa, un rinnegato albanese per firmàn (editto) del sultano. A questo punto si doveva tentare il tutto per tutto alla prima occasione, poiché le intenzioni del sultano erano chiare. Questa venne nel 1443. Giorgio Brankoviç di Serbia chiese aiuto al Papa Eugenio IV contro i turchi per riconquistare il suo regno. Eugenio IV mandò il cardinal Iuliani e convinse ad impegnarsi Ladislao III di Ungheria e Polonia, il quale a sua volta inviò in aiuto del re (krajl) di Serbia un esercito di diecimila ungheresi al comando di Janko Hunyadi, vojvoda di Transilvania e feudatario di Ladislao. Questi si accampò nei pressi di Nish, in Kossovo, attendendo l'aiuto del serbo e di Iuliani. Murad II inviò immediatamente Kara bey con ventimila uomini per sconfiggerlo singolarmente, prima che l'esercito cristiano si fosse riunito. L'ala sinistra dell'esercito turco era nelle mani di Scanderbeg e della sua cavalleria, tra cui spiccava l'elite di trecento cavalieri provenienti dal principato dei Castriota e comandati da Hamza Castriota, figlio di Reposh, il fratello maggiore di Giorgio, e di una donna turca. Hamza diventerà uno dei più importanti generali di Scanderbeg. I due eserciti si schierarono sulle sponde del fiume Morava nei pressi di Nish. Ritenendo fatale per se l'iniziativa turca, Hunyadi varcò in fretta il fiume con i suoi diecimila e si riversò temerariamente sui turchi, i quali, presi di sorpresa, iniziarono la fuga dopo pochi combattimenti. Quando però Kara Bey si rese conto dell'esiguo numero degli ungheresi diede l'ordine di riordinare le fila e resistere. Sennonché l'ala sinistra continuò la fuga ignorando l'ordine. Anzi, Scanderbeg spingeva i turchi a mettersi al riparo più in fretta. La rotta coinvolse di nuovo tutto l'esercito e la battaglia si trasformò in una disfatta. Gli ungheresi vincevano, Kara bey fuggiva verso Adrianopoli, mentre Scanderbeg, catturato un cancelliere dell'esercito con il sigillo del sultano, muoveva verso Kruja e il principato paterno. Non fu difficile costringere il cancelliere a dare un firmàn col sigillo del sultano che concedesse a titolo di vassallo l'Albania a Giorgio Castriota Scanderbeg. Eliminato il cancelliere, scortato dai trecento fedelissimi di Hamza, Scanderbeg andò prima a Dibra, importante città del nord-est del suo principato, posta proprio all'ingesso della pianura di Mat, il cuore dei domini dei Castriota. Con l'aiuto dei suoi e di trecento dibrani mosse verso Kruja sempre di notte e sempre senza dare nell'occhio. Giuntovi in fretta, incontrò Hassàn Bey e gli consegnò il firmàn del sultano. Questi gli cedette in buona fede il comando della fortezza e del principato paterno. Non c'era tempo e bisognava agire in fretta prima che si intuisse il raggiro. La stessa notte il vessillo con la mezzaluna venne sostituto con l'aquila a due teste nera in campo rosso, vessillo dei Castriota: "Rubea vexilla nigris et bicipitibus distincta aqulis gerebat Scanderbeg" (Barleti). I capipopolo capirono e come dice Barleti: "Libertas in omnium erat ore. Libertatis dulce nomen undique resonabat". Il mattino seguente non era rimasto piede di turco in città, tranne quelli che si erano convertiti al cristianesimo. Tutto questo avvenne "gridandosi per tutto viva Scanderbeg" (Anonimo ripreso da Sansovino).Libertatis dulce nomen undique resonabat". Il mattino seguente non era rimasto piede di turco in città, tranne quelli che si erano convertiti al cristianesimo. Tutto questo avvenne "gridandosi per tutto viva Scanderbeg" (Anonimo ripreso da Sansovino). "Capitani e valorosi soldati: non è ne nuova ne inattesa la vista che mi si presenta innanzi. Come vi portavo in mente, così vi trovo oggi, semplici discendenti di una razza antica e generosa, intrepidi e pieni di una fede inamovibile nella vostra patria. Sono anche felice ora che posso aprire il mio cuore. Vi dico senza vanto che per quanto ho vissuto, ho portato in petto il vostro ricordo misto al grande amore per la libertà. Quando mi chiamaste per quest'opera dal servizio del sultano, portavo nel cuore il vostro stesso desiderio. Avrete forse pensato che avessi dimenticato voi e la mia patria, l'onore, la libertà, quando vi mandavo via tristi e delusi, senza alcuna speranza e senza mostrare un briciolo di sentimenti nobili e generosi. Ero tale perché lo richiedeva la vostra salvezza e la mia, perché le cose erano tali che bisognava fare e non dire, poiché vedevo che avevate più bisogno di freno che di sproni. (...) Mio nipote Hamza parla per me; è stato il mio braccio, il mio consigliere, il mio compagno d'arme e con pochi altri ha fatto con me quest'impresa, ma anche con questo non ho mai detto loro una sola parola di libertà, onore e patria fino alla battaglia di Nish. Con l'aiuto della Repubblica di Venezia, Scanderbeg convocò tutti i principi albanesi ad Alessio per formarne una lega con un comune esercito e combattere a oltranza il sultano. I principi più importanti, oltre a Castriota, erano Arianit Comneno, signore di Valona e della gran parte del sud del paese (quella che si chiama Toskëria); Paolo Dukagjini, signore di Vulpiana e di una regione molto vasta al nord, che andava dal fiume Drina al confine con la Serbia includendo il Kossovo e Stefano Çernoviç, signore del Montenegro. Egli certamente non era albanese, ma la maggioranza dei suoi sudditi si. Storicamente la sua famiglia era alleata dei Castriota. Gli altri erano un'innumerevole compagine di nobilotti i cui cognomi sono pressappoco un miscuglio tra quelli che ho menzionato all'inizio, l'insieme dei possedimenti dei quali erano una serie di piccole cittadelle circondate dal contado relativo. Si formò un esercito in grado di essere mobilitato velocemente di 18 mila uomini. I tre quarti provenivano dal principato dei Castriota. Di questi 3.500 costituivano la guardia di Scanderbeg ed erano sempre in armi (mentre gli altri si raccoglievano al momento opportuno). Il Castriota veniva nominato kryekapedan (potremmo tradurlo con "comandante in capo") dell'esercito della Lega e riceveva dai principi, oltre all'appoggio, ai giuramenti di fedeltà e alla promessa di contribuire con più uomini in caso di necessità, 200 mila ducati d'oro l'anno. A questi vanno aggiunti i donativi occasionali degli alleati: Napoli, il Papato, Venezia. Queste cifre le riferisce Noli, ma egli non ci dice le loro fonti. Il valore di un esercito permanente Scanderbeg l'aveva imparato combattendo per il sultano, dove aveva visto i preziosi servizi dei giannizzeri. Questo corpo, fondato dal Sultano Orhan, era il più temuto e più efficiente del suo tempo. Erano soldati di professione, ma non mercenari. Combattevano per il piacere di farlo e per il loro padre, il sultano, cui davano la loro cieca devozione. Erano, un corpo, una famiglia, avevano la paga più alta, le donne più belle, le prede belliche migliori. E, soprattutto, o non avevano radici o erano membri di famiglie nobili che cercavano la gloria nelle armi. Quasi sempre non avevano famiglia, nessun legame. Murad II mandò un esercito di 25 mila uomini, di cui 15 mila cavalieri, al comando di Alì pascià, il suo migliore generale. Entrarono in Albania dalla parte del Kossovo, dal nord est. Una delle prime misure del principe albanese era stata di creare una schiera di spie militari che aveva distribuito in tutti i nodi di comunicazione tra Adrianolpoli e l'Albania. Per questa ragione sapeva e saprà sempre bene il numero di nemici diretti verso di lui. Dei 18 mila che poteva reclutare immediatamente ne prese 15 mila, di cui 7 mila cavalieri ed accampò a Torvioll, vicino all'odierna Tirana, in una piccola valle di sette miglia per tre circondata da monti coperti di boschi. In questi boschi nascose metà della sua cavalleria, lasciò al campo una piccola parte della sua fanteria e mosse con la guardia verso Ali pascià, attirandolo con delle manovre nel piccolo campo dove aveva deciso di dar battaglia. Vi giunse il 28 giugno 1444 e schierò i suoi. Tanush Thopia a destra con i montanari del Dukagjini e i soldati mandati da Arianit Comneno. A sinistra Mosè di Dibra con i bulgari della Mokrena (regione sotto il dominio dei Castriota) e i montanari del suo feudo. Al centro la guardia con Scanderbeg. Vrana Konti comandava una riserva più arretrata di 3 mila uomini. Altri tremila al comando di Hamza Castriota erano nascosti nei boschi intorno al campo. La superiorità nemica era praticamente annullata dall'angustia del campo. I turchi non potevano circondare l'esercito cristiano. Era già buio quando gli eserciti si schierarono, così la faccenda finì per essere risolta l'indomani. Quando, alla luce del giorno 25 mila turchi videro 9 mila albanesi di fronte a sè, pensarono che non vi era molto da fare. Scanderbeg aveva schierato squadre di fanteria tra gli squadroni di cavalleria. Ci si attendeva uno scontro principale tra gli uomini a cavallo, seguiti dalla fanteria. E' palese che la totale sproporzione tra le truppe, avrebbe fatto inghiottire i duemilacinquecento cavalieri schierati in prima linea da Scanderbeg da parte dei quindicimila turchi. Da qui la funzione dei fanti con lunghe picche che intervallavano la cavalleria. Bisognava tappare i buchi e non lasciare filtrare troppi cavalieri contro la seconda linea di fanti armati di picche, lunghe spade e asce. Erano i montanari kossovari e krujani cui era affidato questo ruolo pericoloso. L'intelligenza del principe stava nel fatto che egli ben sapeva, essendo stato compagno d'arme di Alì pascià, che quest'ultimo avrebbe caricato a fondo com'era suo solito con la cavalleria in prima linea. L'ingorgo dei cavalieri fermati anche per poco tempo dai soldati schierati, avrebbe permesso ai cavalieri di Hamza di uscire dai monti e colpire la fanteria nemica a fondo caricando dai lati e dalle spalle. La funzione della riserva era di dare man forte a chi si sarebbe trovato in difficoltà. L'esercitò seguì. La battaglia tenne fino alle tre del pomeriggio. Le cose andarono come aveva previsto Castriota. L'impeto turco fu fermato. L'ala destra era in difficoltà inizialmente e Thopia stava per ritirarsi, quando intervenne la cavalleria di Hamza alle spalle degli ottomani. La confusione che ne seguì permise a Thopia aiutato dalla riserva i ricacciare l'ala sinistra turca. Sulla sinistra, Mosè di Dibra, con una carica temeraria mise miracolosamente alla fuga i turchi che aveva di fronte. Vedendo le ali del suo esercito vittoriose, Scanderbeg carico a fondo con la cavalleria della guardia al cuore dell'esercito, dove si trovava Alì pascià, che fuggì senza indugio. Leonum eo die leones ductores fuisse (Barleti). La prima e più incerta prova era superata.Leonum eo die leones ductores fuisse (Barleti). La prima e più incerta prova era superata. Incoraggiato dalle vittorie di Hunyadi e di Scanderbeg, Eugenio IV iniziò l'organizzazione di una nuova crociata contro i turchi. Vi avrebbero partecipato Polonia, Ungheria, Venezia, Genova e Bisanzio. Furono invitati anche Scanderbeg e la lega dei principi albanesi, i quali ebbero però qualche tentennamento al momento della decisione di impegnarsi lontano dalle loro terre. L'autorità del principe dopo Torvioll però era tale da averla facilmente vinta sui dubbi. Dopo la firma della pace, Murad II abdicò a favore del figlio Mehmed per ritirarsi in Magnesia a passare gli ultimi anni della sua vita. La pace decennale però durò sei settimane. Iuliani convinse Ladislao di Polonia e Ungheria a rompere il trattato e ad attaccare aprofittando dell'assenza del sultano. Ladislao entrò in Bulgaria con un "fritto misto" di 14 mila tra polacchi, ungheresi e romeni. Mise il campo a Varna e attese che giungessero gli alleati crociati. Scanderbeg s'era impegnato con l'alleato polacco a raggiungerlo e si mise in movimento il 15 ottobre, dopo aver raccolto altri 15 mila uomini insieme alla sua guardia. Vi sarebbe giunto se non avesse trovato il passo sbarrato dal Brankoviç, il quale, non avendo rotto la pace col sultano, non voleva inimicarsi quest'ultimo. Scanderbeg aveva perso tre settimane in trattative quando diede ordine ai suoi di passare comunque, volenti o nolenti i serbi. Si era già inoltrato in Serbia, quando venne a sapere da ungheresi e polacchi fuggiaschi della sconfitta e della morte di Ladislao. Era accaduto che, avendo sentito della rottura della pace da parte di Ladislao, il sultano si fosse mosso dall'Anatolia con 40 mila uomini, avesse varcato il Bosforo su navi genovesi pagando un ducato a testa per i suoi uomini, avesse preso quartiere a Varna di fronte ai crociati che si erano riuniti quasi tutti. Dopo aver schierato l'esercito con Turhan pascià, beylerbey della Rumelia, a destra e Caragià pascià, beylerbey dell'Anatolia, a sinistra e aver tenuto i giannizzeri al centro con sè, stava per dare l'ordine di carica quando fu preceduto da Hunyadi con i suoi quindicimila, che fecero crollare con il loro coraggioso impeto le ali dei turchi. Il centro barcollava anch'esso e Murad era già in sella pronto a fuggire, fermato solo da Caragià pascià che gli aveva preso il cavallo per le redini, che una pazzia di Ladislao regalò la vittoria ai turchi. Credendo che la giornata fosse sua, caricò con la guardia polacca il centro dell'esercito turco. Circondato dai giannizzeri venne ucciso e la sua testa esposta su di una picca e mostrata ai cristiani. Questi, demoralizzati, non ressero al centro al contrattacco dei giannizzeri e fuggirono. Le ali dell'esercito cristiano vinto caddero da sè. Circa 10 mila morti cristiani coprivano Varna. Tra di essi il cardinal Iuliani con la spada in mano. Hunyadi fuggì con il resto dei suoi uomini e, varcato il Tuna, fu fatto prigioniero da Vlad III, gospodar (signore) della Moldavia, nominato dai romeni Drakul Cepelush (il Diavolo Macellaio) e dai turchi Kaziklli Voda (il Vojvoda della Forca), che lo lasciò libero solo dopo il pagamento di un pesante riscatto. Insomma, c'era di che essere tristi e contrariati dopo aver perso diecimila uomini mentre si era ad un passo dalla vittoria e aver passato per questo dei mesi da prigioniero di Dracula. La notizia della battaglia della Mokrena ebbe grande fortuna in Occidente, dove Nel 1446 toccò a Mustafà pascià e ai suoi 15 mila ad essere sconfitto.....
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