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Giorgio Castriota
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Quando parliamo di Albania riferendoci al Quattrocento non dobbiamo commettere l'errore di pensare che si tratti di un piccolo paese come quello che troviamo oggi a sud-est dell'Italia. L'Albania del Quattrocento, premesso che non parliamo di una entità geopolitica nazionale nel senso odierno, sono tutte le terre abitate da albanesi, le quali però non sempre avevano a capo degli albanesi e di cui l'Albania dei giorni nostri è solo il venti percento circa come estensione. Sembra utile, prima di proseguire, dare anche una breve collocazione storica agli albanesi tentando di stabilire la loro identità. Essi sono i discendenti, sicuramente con influssi non determinanti, ma importanti, slavi, greci e romani, delle antiche tribù illiriche che popolavano prima delle invasioni barbariche quella parte dei Balcani dove non c'erano ne greci, ne daci, ne macedoni, cioè in linea di massima le odierne Jugoslavia, Croazia, Slovenia, Bosnia Erzegovina, Macedonia e Albania. Con l'invasione slava, i mille anni che separano la fine dell'antichità dall'epopea di Scanderbeg sono la tragica storia della via all'estinzione di un popolo, di un ceppo etnico autoctono. Comunque, nel Quattrocento abbiamo un Albania certamente più grande e più forte di quella odierna che si accinge ad affrontare una delle prove più dure della storia, l'invasione ottomana, sotto la guida di un principe dai tratti quasi leggendari.

La prima cosa che stupisce di questo periodo è la riscoperta del cattolicesimo come fattore d'unità per un popolo frazionato e mai davvero unito. Un fattore ineliminabile se si vuole dare appieno ragione della capacità di resistere che caratterizzò gli albanesi di quel periodo. Capacità che si fondava sull'unità. In un paio di momenti, come si vedrà, l'azione del Papa sarà determinante per l'affermazione di questa unità.
La seconda è la straordinaria abilità del principe che guidò gli albanesi in guerra. Forgiato alla scuola di guerra delle gerarchie militari ottomane sin da piccolo, fu in grado d'inventare e applicare per primo strategie che nel corso della storia avranno molta fortuna, diventando il più grande condottiero mai esistito che abbia guidato un piccolo esercito difensivo.


Giorgio Castriota Scanderbeg nacque a Kruja (oggi nell'Albania centrale), probabilmente nel 1412, da Giovanni (Gjon) Castriota e Voissava Tripalda. Suo padre possedeva in origine solamente due piccoli villaggi, da cui probabilmente lo stemma di famiglia con l'aquila nera a due teste, anche se di questa si possono fornire diverse interpretazioni. In breve tempo Giovanni Castriota riuscì ad espandere le sue terre a tal punto da diventare il signore incontestato dell'Albania Centrale, con un potere tale da renderlo competitivo con i vecchi signori del paese: i Balsha, feudatari di Stefano Dushan, poi, fino alla fine del secolo XIV, signori di tutta l'odierna Albania - con la sola esclusione di una piccola parte del sud di essa appartenente al despotato di Narta, dominato a sua volta dalla famiglia albanese degli Shpata, i cui domini si estendevano a loro volta quasi fino a Salonicco -, di metà dell'odierna Macedonia, del Kossovo e di gran parte dell'odierno Montenegro, per arrivare fino a Selenica, comprendendo in tal modo una parte in meridione della Bosnia odierna; i Comneno di Argirocastro e Valona, imparentati in linea maschile con i Comneno di Costantinopoli (per il resto il cognome Comneno lo troviamo in quasi tutte le famiglie nobili albanesi dell'epoca con l'unica eccezione forse dei Dukagjini e dei Castriota); i Musacchio con le origini che affondavano nel X secolo; i Thopia, altro ramo dei Comneno; i Korona, signori di Perati, partigiani delle prime crociate; i Dukagjini, grandi signori montanari del nord del paese e dell'intero Kossovo e altri.

Non solo, ma entrò inevitabilmente in contrasto anche, in varie fasi, con Venezia, che possedeva le maggiori, più antiche e più sviluppate città costiere dell'Albania: Durazzo, Alessio (Lezhë), Scutari e altre.
Voissava diede a Giovanni Castriota cinque figlie - Mara, poi sposa di Stefan Çernoviç, principe del Montenegro; Vlajka, poi sposa di Gjin(Gino) Musacchio; Angjelina (Angelina), poi sposa di Vladan Arianit Comneno Thopia; Jella, poi sposa di Pal [Paolo] Stres Balsha; Mamica, poi sposa di Karol Musacchio Thopia - e quattro figli: Reposh, Stanish (Stanislao), Kostandin (Costantino) e Gjergj (il nostro Giorgio Castriota).

Insisto su tali nomi per due ragioni. Non si può comprendere la vicenda di Scanderbeg senza contestualizzarla in un paese e in un popolo profondamente divisi, che non era mai stato unito sotto un'autorità centrale, pieno di particolarismi e di rivalità. In secondo luogo, perché voglio rendere evidente e menzionare già da ora i nomi di quei principi albanesi che segneranno l'epopea di Scanderbeg come suoi alleati, feudatari, compagni d'arme, generali, traditori e amici.

Tornando a Giovani Castriota, non voglio dilungarmi eccessivamente sulla sua storia. Basti sapere che nel 1407 è menzionato negli archivi di Venezia come "dominus satis potens in partibus Albaniae". Per far fronte ai turchi il principe accetta di diventare vassallo della Serenissima ed avere la sua protezione, poiché unico paese cattolico con lui confinante. Ciononostante, si rifiuta di acconsentire a che dodici chiese delle diocesi albanesi, tutte concentrate nell'Albania centrale che nel periodo da noi esaminato era, appunto, dei Castriota, cadano sotto la giurisdizione del vescovo di Alessio, adducendo a motivo la loro appartenenza da 800 anni ai vescovadi d'Albania. Negli archivi di Venezia si legge riferendosi alle intenzioni di tale vescovo: "Occupare duodecim de ecclesiis episcopatus Albaniae et illas nititur se movere ab ipsu episcopatu Albaniae et unire atque educere sub episcopatu suo". Queste dodici chiese dell'episcopato d'Albania esistevano dal tempo di Giustiniano (che era nato proprio in quelle terre) ed erano state da lui istituite nel sesto secolo, almeno questo è quanto afferma Noli che di questo, differentemente da quasi tutto il resto, non specifica le fonti, forse dandole per scontate.

Il 1407 è l'anno in cui Giovanni Castriota entra in conflitto con i Turchi. La lotta continuerà fino al 1430, anno in cui verrà definitivamente sconfitto. Le clausole della pace che sottoscrive definitivamente sono pesanti. Doveva convertirsi all'islamismo, dare tutti i figli maschi in pegno al sultano (uno di questi poteva però riprendere l'eredità del padre alla morte di lui e il sultano s'impegnava a farli crescere nella loro fede), cedere la strategicamente importantissima regione di Dibra e della sua fortezza di Sfetigrad nel nord dell'Albania (da una cartina qualsiasi dell'Albania si evince la cruciale importanza della regione, giacché era una delle poche vie d'accesso al montagnoso territorio albanese), cedere la capitale Kruja, diventare vassallo del sultano, versargli un tributo e contribuire con un esercito alle guerre del sultano nei Balcani.

In verità, dagli archivi di Venezia, Noli rileva come sia incontestabile che Giorgio era stato dato in pegno già nel 1421, all'età di nove anni insieme a Reposh, il maggiore che era andato a chiudersi più tardi nel monastero del monte Sinai, quindi è probabile che nel '30 venissero dati in pegno Stanislao e Costantino. La prima cosa che fece Murad II fu quella di affidare i pegni a educatori del palazzo, affinché li educassero nell'islam. Evidentemente il sultano non aveva nessuna intenzione di mantenere la sua parola nei confronti del secondogenito Stanislao (erede dei diritti di primogenitura dopo la rinuncia di Reposh) che avrebbe dovuto rimettere sul trono del padre. Questi, essendo già grande, si mostro irrequieto e si permise di pretendere le sue terre al cospetto del sultano alla morte del padre Giovanni. Caso volle che morisse anch'egli poco dopo a causa, secondo quanto racconta Barleti, di avvelenamento da cibo. La stessa fine fece poco tempo dopo Costantino. Giorgio invece era troppo piccolo quando era stato dato in pegno e, evidentemente, troppo furbo per mostrarsi di essere nemico del sultano. Nel trenta, per giunta, era già un comandante di cavalleria famoso e un grande capo carismatico per i suoi uomini.

Viene descritto da Barleti (nel trenta Giorgio aveva solo diciotto anni) come alto, forte, corpo perfettamente scolpito, con i classici tratti somatici della stirpe montanara illirica cui apparteneva la sua famiglia. Si era già messo in mostra in una serie di battaglie in Anatolia e il sultano gli aveva anche affidato la conduzione di una piccola, ma difficile campagna in cui si era particolarmente distinto e che gli aveva fatto meritare il titolo che generò l'appellativo con cui divenne famoso. Fu nominato bey, titolo onorifico militare, volendo tradurre il quale giungiamo a "il grande", "magno" e corrisponde grossomodo per quanto riguarda i privilegi all'interno della casta militare all'occidentale "maresciallo". Abbiamo già detto che il sultano non aveva alcuna intenzione di rispettare la parola data a Giovanni Castriota di crescere i figli di questi fuori dalla Dar el Islam, nella fede cattolica cui un tempo era appartenuto il padre. La prima cosa che fece fu quello di cambiare il nome Giorgio in Iscander (Skëndér). Questa sarebbe, secondo Barleti, l'origine di Iscander - bey, Scanderbeg. Non avendo altre indicazioni sull'origine del nome e non trovando origine etimologiche più convincenti dobbiamo affidarci per forza a Barleti e cercare di trovare il fondo di verità della sua leggenda.

La legenda di Barleti racconta anche di come, quando il sultano gli chiese se avrebbe fatto bene ad annettere il principato dei Castriota e darlo in feudo ad un pascià, Giorgio rispose umilmente che lui voleva solo combattere per il suo sultano. Effettivamente, Murad II lo trattava come un figlio, lo colmava di onori e lo teneva sempre presso di sé, credendo che il principe albanese non lo avrebbe mai tradito e che fosse diventato a questo punto un vero turco. Non mi stancherò mai di far rilevare come queste notizie siano suffragate solamente da Barleti e da qualche cronico turco indirettamente, mentre di esse non troviamo traccia nelle altre trattazioni.
Comunque, rimane incontestabile il fatto che Scanderbeg stette al gioco a tal punto che il sultano si fidò sempre più di lui. Già prima questo era avvenuto, ma dopo il trenta il Castriota venne impiegato nei Balcani sempre più, tanto che vi sono vari documenti e lettere scritte da rappresentanti della Serenissima a Giovanni Castriota, in cui si chiede di usare l'autorità paterna a distogliere il figlio dalle scorrerie nelle terre della Repubblica.