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Giorgio Castriota
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Tra il 1435 e il 1438 si assiste ad una grande rivolta nel sud Albania comandata da Arianit Comnen Thopia, futuro genero di Scanderbeg. I rivoltosi ebbero alcune vittorie, ma vennero definitivamente sconfitti nel '38 e la rivolta fini nel sangue. I turchi fecero piramidi di teste di rivoltosi, gettandone altre ai bambini di Adrianopoli perché vi giocassero e i principi prigionieri vennero uccisi rompendo essi le ossa con un martello. Anche il nord cominciò ad attivarsi, ma mancava di un capo. Giovanni Castriota era vecchio e Giorgio per il momento non ne volle sapere delle suppliche dei suoi futuri sudditi. Effettivamente un'impressa del genere era da escludere in quel momento. Le guarnigioni turche in Albania erano troppo forti e nessuno era riuscito ad espugnarne le fortezze. La rivolta intesa come immediata e diretta contrapposizione militare al sultano non aveva futuro e Scanderbeg lo sapeva bene per la semplice ragione che era lui uno di quelli che conoscevano meglio le potenzialità dell'esercito ottomano. Va notato anche che gli albanesi avevano sempre dimostrato fino a quel momento storico e dimostreranno di seguito a più riprese la loro pressoché totale incapacità di assediare fortezze e di condurre una guerra offensiva in grande stile. Tanto che in una lettera, che da principe scriverà al suo alleato Alfonso di Napoli, Scanderbeg dirà che i suoi uomini possono tutto contro i soldati, ma nulla contro le mura.

Nel 1442 morì Giovanni Castriota. Barleti, Il principato passò a Hassàn Bey Versdesa, un rinnegato albanese per firmàn (editto) del sultano. A questo punto si doveva tentare il tutto per tutto alla prima occasione, poiché le intenzioni del sultano erano chiare. Questa venne nel 1443. Giorgio Brankoviç di Serbia chiese aiuto al Papa Eugenio IV contro i turchi per riconquistare il suo regno. Eugenio IV mandò il cardinal Iuliani e convinse ad impegnarsi Ladislao III di Ungheria e Polonia, il quale a sua volta inviò in aiuto del re (krajl) di Serbia un esercito di diecimila ungheresi al comando di Janko Hunyadi, vojvoda di Transilvania e feudatario di Ladislao. Questi si accampò nei pressi di Nish, in Kossovo, attendendo l'aiuto del serbo e di Iuliani. Murad II inviò immediatamente Kara bey con ventimila uomini per sconfiggerlo singolarmente, prima che l'esercito cristiano si fosse riunito. L'ala sinistra dell'esercito turco era nelle mani di Scanderbeg e della sua cavalleria, tra cui spiccava l'elite di trecento cavalieri provenienti dal principato dei Castriota e comandati da Hamza Castriota, figlio di Reposh, il fratello maggiore di Giorgio, e di una donna turca. Hamza diventerà uno dei più importanti generali di Scanderbeg.

I due eserciti si schierarono sulle sponde del fiume Morava nei pressi di Nish. Ritenendo fatale per se l'iniziativa turca, Hunyadi varcò in fretta il fiume con i suoi diecimila e si riversò temerariamente sui turchi, i quali, presi di sorpresa, iniziarono la fuga dopo pochi combattimenti. Quando però Kara Bey si rese conto dell'esiguo numero degli ungheresi diede l'ordine di riordinare le fila e resistere. Sennonché l'ala sinistra continuò la fuga ignorando l'ordine. Anzi, Scanderbeg spingeva i turchi a mettersi al riparo più in fretta. La rotta coinvolse di nuovo tutto l'esercito e la battaglia si trasformò in una disfatta. Gli ungheresi vincevano, Kara bey fuggiva verso Adrianopoli, mentre Scanderbeg, catturato un cancelliere dell'esercito con il sigillo del sultano, muoveva verso Kruja e il principato paterno. Non fu difficile costringere il cancelliere a dare un firmàn col sigillo del sultano che concedesse a titolo di vassallo l'Albania a Giorgio Castriota Scanderbeg. Eliminato il cancelliere, scortato dai trecento fedelissimi di Hamza, Scanderbeg andò prima a Dibra, importante città del nord-est del suo principato, posta proprio all'ingesso della pianura di Mat, il cuore dei domini dei Castriota. Con l'aiuto dei suoi e di trecento dibrani mosse verso Kruja sempre di notte e sempre senza dare nell'occhio. Giuntovi in fretta, incontrò Hassàn Bey e gli consegnò il firmàn del sultano. Questi gli cedette in buona fede il comando della fortezza e del principato paterno.

Non c'era tempo e bisognava agire in fretta prima che si intuisse il raggiro. La stessa notte il vessillo con la mezzaluna venne sostituto con l'aquila a due teste nera in campo rosso, vessillo dei Castriota: "Rubea vexilla nigris et bicipitibus distincta aqulis gerebat Scanderbeg" (Barleti). I capipopolo capirono e come dice Barleti: "Libertas in omnium erat ore. Libertatis dulce nomen undique resonabat". Il mattino seguente non era rimasto piede di turco in città, tranne quelli che si erano convertiti al cristianesimo. Tutto questo avvenne "gridandosi per tutto viva Scanderbeg" (Anonimo ripreso da Sansovino).Libertatis dulce nomen undique resonabat". Il mattino seguente non era rimasto piede di turco in città, tranne quelli che si erano convertiti al cristianesimo. Tutto questo avvenne "gridandosi per tutto viva Scanderbeg" (Anonimo ripreso da Sansovino).
Il mattino seguente "Scanderbeg si fé subito cristiano", come dice Musacchio. Poco tempo dopo, il 28 novembre 1443, venne incoronato principe d'Albania nella cattedrale di Kruja. Uscendo dalla chiesa si dice abbia tenuto questo discorso ai soldati e al popolo riunito, che ci riporta Barleti:

"Capitani e valorosi soldati: non è ne nuova ne inattesa la vista che mi si presenta innanzi. Come vi portavo in mente, così vi trovo oggi, semplici discendenti di una razza antica e generosa, intrepidi e pieni di una fede inamovibile nella vostra patria. Sono anche felice ora che posso aprire il mio cuore. Vi dico senza vanto che per quanto ho vissuto, ho portato in petto il vostro ricordo misto al grande amore per la libertà. Quando mi chiamaste per quest'opera dal servizio del sultano, portavo nel cuore il vostro stesso desiderio. Avrete forse pensato che avessi dimenticato voi e la mia patria, l'onore, la libertà, quando vi mandavo via tristi e delusi, senza alcuna speranza e senza mostrare un briciolo di sentimenti nobili e generosi. Ero tale perché lo richiedeva la vostra salvezza e la mia, perché le cose erano tali che bisognava fare e non dire, poiché vedevo che avevate più bisogno di freno che di sproni. (...) Mio nipote Hamza parla per me; è stato il mio braccio, il mio consigliere, il mio compagno d'arme e con pochi altri ha fatto con me quest'impresa, ma anche con questo non ho mai detto loro una sola parola di libertà, onore e patria fino alla battaglia di Nish.
La libertà la potevate conquistare col vostro valore e con un altro liberatore, ché all'Albania non mancano gli uomini, ma vi piacque attenderla dalle mie mani, forse tardi, ma è chiaro che così volle il Signore. Eppure sono stupito a vedere che uomini siffatti, superbi come voi siete, cresciuti liberi, abbiano sopportato tanto a lungo il giogo dei barbari, solo per attendere me giungere un giorno a guidarvi. Ma merito forse io questo bel titolo di liberatore che avete graziosamente donato? Non fui io a portarvi la libertà, ma la trovai qui, in mezzo a voi. Non appena misi piede qui, non appena avete udito il mio nome, siete tutti accorsi, di fronte a me, come se aveste fatto resuscitare i fratelli e i vostri padri, come se fosse sceso dal cielo Dio in persona. Mi avete accolto con tali affetto e gioia, mi avete reso servizi tanto validi e numerosi, che ora sono stato io reso più servo che voi liberi. Questa fortezza e questa città non ve l'o data io, ma l'avete donata voi a me; le armi non ve le cinsi io, vi trovai già armati; la libertà l'avevate ovunque, nel petto, sulla fronte, nella spada e sugli scudi: come fedeli guardiani, nominati da mio padre, voi avete posto sul mio capo questa corona, mi avete dato questa spada, mi avete creato signore di questo principato, che avete custodito con tanta fede, cura e fatiche. Portatemi ora, con l'aiuto di Dio, a liberare tutta l'Albania.