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Giorgio Castriota
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Alzate dunque il vessillo in testa e mostratevi uomini come sempre. Dio, come fin'ora, così nel futuro verrà in nostro soccorso e ci darà il modo di farci onore!"
Non fu difficile sottomettere le altre fortezze paterne: Petrela, Pietralba, Stellush, Tornaç si arresero con la condizione che alle loro guarigioni si sarebbe permesso di andarsene illese. Solo la più importante, Sfetigrad, resistette e Scanderbeg affidò il compito di assediarla a Mosè di Dibra con quattromila uomini. Il suo vero nome era Mosè Golem Thopia Comneno. Dato che Scanderbeg gli diede in feudo Dibra e la sua regione, di fondamentale importanza strategica, egli divenne famoso come Mosè di Dibra e con questo nome si conquistò la fama combattendo come il miglior compagno d'arme di Scanderbeg. Hamza Castriota, Mosè di Dibra e Tanush (Tanuccio) Thopia saranno i tre grandi compagni d'arme e comandanti dell'esercito di Scanderbeg. Oltre a questi bisogna menzionare Vrana Conti, marchese di Tripalda (alcuni lo chiamano Conte Urana, che aveva combattuto al comando di Alfonso V d'Aragona e aveva una lunga esperienza di guerra contro i mori) e Vladan Gurizza, i due consiglieri del principe e le persone a lui più fidate. Gli ultimi da menzionare sono Paolo Angelo, futuro Arcivescovo di Durazzo e cardinale, grande amico, consigliere, segretario e, in pratica, ministro degli esteri del principe e padre Demetrio Franco, il suo tesoriere.

Con l'aiuto della Repubblica di Venezia, Scanderbeg convocò tutti i principi albanesi ad Alessio per formarne una lega con un comune esercito e combattere a oltranza il sultano. I principi più importanti, oltre a Castriota, erano Arianit Comneno, signore di Valona e della gran parte del sud del paese (quella che si chiama Toskëria); Paolo Dukagjini, signore di Vulpiana e di una regione molto vasta al nord, che andava dal fiume Drina al confine con la Serbia includendo il Kossovo e Stefano Çernoviç, signore del Montenegro. Egli certamente non era albanese, ma la maggioranza dei suoi sudditi si. Storicamente la sua famiglia era alleata dei Castriota. Gli altri erano un'innumerevole compagine di nobilotti i cui cognomi sono pressappoco un miscuglio tra quelli che ho menzionato all'inizio, l'insieme dei possedimenti dei quali erano una serie di piccole cittadelle circondate dal contado relativo.

Si formò un esercito in grado di essere mobilitato velocemente di 18 mila uomini. I tre quarti provenivano dal principato dei Castriota. Di questi 3.500 costituivano la guardia di Scanderbeg ed erano sempre in armi (mentre gli altri si raccoglievano al momento opportuno). Il Castriota veniva nominato kryekapedan (potremmo tradurlo con "comandante in capo") dell'esercito della Lega e riceveva dai principi, oltre all'appoggio, ai giuramenti di fedeltà e alla promessa di contribuire con più uomini in caso di necessità, 200 mila ducati d'oro l'anno. A questi vanno aggiunti i donativi occasionali degli alleati: Napoli, il Papato, Venezia. Queste cifre le riferisce Noli, ma egli non ci dice le loro fonti.
La Lega fu benedetta apostolicamente e dopo il Te Deum Scanderbeg tornò a Kruja, dove lo attendeva Mosè di Dibra che aveva appena espugnato Sfetigrad.

Il valore di un esercito permanente Scanderbeg l'aveva imparato combattendo per il sultano, dove aveva visto i preziosi servizi dei giannizzeri. Questo corpo, fondato dal Sultano Orhan, era il più temuto e più efficiente del suo tempo. Erano soldati di professione, ma non mercenari. Combattevano per il piacere di farlo e per il loro padre, il sultano, cui davano la loro cieca devozione. Erano, un corpo, una famiglia, avevano la paga più alta, le donne più belle, le prede belliche migliori. E, soprattutto, o non avevano radici o erano membri di famiglie nobili che cercavano la gloria nelle armi. Quasi sempre non avevano famiglia, nessun legame.
La guardia di Scanderbeg imitava questo corpo. Tutti cattolici, del principato di Scanderbeg (i duemila che ne formavano la cavalleria erano della sua capitale, Kruja, e i seicento cavalieri più fedeli e migliori erano di antiche famiglie ben conosciute), con una fede cieca nel comandante e in Dio, votati alla morte, disciplinati fino in fondo. Avevano tutti giurato di non sopravvivere al loro capo, se questi fosse morto in battaglia. I meglio armati, i meglio nutriti, i meglio pagati. Scanderbeg ne conosceva i nomi a memoria. Un èlite cui tutti aspiravano di appartenere.

Murad II mandò un esercito di 25 mila uomini, di cui 15 mila cavalieri, al comando di Alì pascià, il suo migliore generale. Entrarono in Albania dalla parte del Kossovo, dal nord est. Una delle prime misure del principe albanese era stata di creare una schiera di spie militari che aveva distribuito in tutti i nodi di comunicazione tra Adrianolpoli e l'Albania. Per questa ragione sapeva e saprà sempre bene il numero di nemici diretti verso di lui. Dei 18 mila che poteva reclutare immediatamente ne prese 15 mila, di cui 7 mila cavalieri ed accampò a Torvioll, vicino all'odierna Tirana, in una piccola valle di sette miglia per tre circondata da monti coperti di boschi. In questi boschi nascose metà della sua cavalleria, lasciò al campo una piccola parte della sua fanteria e mosse con la guardia verso Ali pascià, attirandolo con delle manovre nel piccolo campo dove aveva deciso di dar battaglia. Vi giunse il 28 giugno 1444 e schierò i suoi. Tanush Thopia a destra con i montanari del Dukagjini e i soldati mandati da Arianit Comneno. A sinistra Mosè di Dibra con i bulgari della Mokrena (regione sotto il dominio dei Castriota) e i montanari del suo feudo. Al centro la guardia con Scanderbeg. Vrana Konti comandava una riserva più arretrata di 3 mila uomini. Altri tremila al comando di Hamza Castriota erano nascosti nei boschi intorno al campo. La superiorità nemica era praticamente annullata dall'angustia del campo. I turchi non potevano circondare l'esercito cristiano.

Era già buio quando gli eserciti si schierarono, così la faccenda finì per essere risolta l'indomani. Quando, alla luce del giorno 25 mila turchi videro 9 mila albanesi di fronte a sè, pensarono che non vi era molto da fare. Scanderbeg aveva schierato squadre di fanteria tra gli squadroni di cavalleria. Ci si attendeva uno scontro principale tra gli uomini a cavallo, seguiti dalla fanteria. E' palese che la totale sproporzione tra le truppe, avrebbe fatto inghiottire i duemilacinquecento cavalieri schierati in prima linea da Scanderbeg da parte dei quindicimila turchi. Da qui la funzione dei fanti con lunghe picche che intervallavano la cavalleria. Bisognava tappare i buchi e non lasciare filtrare troppi cavalieri contro la seconda linea di fanti armati di picche, lunghe spade e asce. Erano i montanari kossovari e krujani cui era affidato questo ruolo pericoloso.

L'intelligenza del principe stava nel fatto che egli ben sapeva, essendo stato compagno d'arme di Alì pascià, che quest'ultimo avrebbe caricato a fondo com'era suo solito con la cavalleria in prima linea. L'ingorgo dei cavalieri fermati anche per poco tempo dai soldati schierati, avrebbe permesso ai cavalieri di Hamza di uscire dai monti e colpire la fanteria nemica a fondo caricando dai lati e dalle spalle. La funzione della riserva era di dare man forte a chi si sarebbe trovato in difficoltà.
L'unico problema era riuscire a contenere l'entusiasmo dei soldati albanesi. Bisognava lanciarsi come un corpo unico contro l'orda nemica, per evitare di dare un ulteriore vantaggio alla sua superiorità nemica. Quindi bisognava caricare solo dopo l'inizio dell'attacco nemico.
Prima della battaglia Scanderbeg fece fare colazione ai suoi uomini. Immaginiamoceli con Barleti un'ora dopo schierati in silenzio guardando fissamente d'avanti, mentre il fragore di trombe e tamburi accompagnati dalle urla di 25 mila uomini segnala l'inizio della carica turca.
Scanderbeg, fattosi il segno della santissima croce gridò forte, ah valorosi, et fedelissimi miei soldati, et fratelli, seguitemi; et così fu il primo ad entrare nella battaglia (Demetrio Franco).

L'esercitò seguì. La battaglia tenne fino alle tre del pomeriggio. Le cose andarono come aveva previsto Castriota. L'impeto turco fu fermato. L'ala destra era in difficoltà inizialmente e Thopia stava per ritirarsi, quando intervenne la cavalleria di Hamza alle spalle degli ottomani. La confusione che ne seguì permise a Thopia aiutato dalla riserva i ricacciare l'ala sinistra turca. Sulla sinistra, Mosè di Dibra, con una carica temeraria mise miracolosamente alla fuga i turchi che aveva di fronte. Vedendo le ali del suo esercito vittoriose, Scanderbeg carico a fondo con la cavalleria della guardia al cuore dell'esercito, dove si trovava Alì pascià, che fuggì senza indugio. Leonum eo die leones ductores fuisse (Barleti). La prima e più incerta prova era superata.Leonum eo die leones ductores fuisse (Barleti). La prima e più incerta prova era superata.
I turchi ebbero 8 mila morti, 2 mila prigionieri, 24 bandiere perse e tutto il loro campo fini nelle mani dei vincitori. Et laureatae litterae ac signa quaendam militaria ad omnes Epiri regulos missa, alia afflixa templi sunt (Barleti).

Incoraggiato dalle vittorie di Hunyadi e di Scanderbeg, Eugenio IV iniziò l'organizzazione di una nuova crociata contro i turchi. Vi avrebbero partecipato Polonia, Ungheria, Venezia, Genova e Bisanzio. Furono invitati anche Scanderbeg e la lega dei principi albanesi, i quali ebbero però qualche tentennamento al momento della decisione di impegnarsi lontano dalle loro terre. L'autorità del principe dopo Torvioll però era tale da averla facilmente vinta sui dubbi.
Murad II, spaventato di preparativi cristiani, chiese la pace agli ungheresi e la ottenne per dieci anni, nonostante le pressioni che faceva su Hunyadi il cardinale Iuliani. Il 12 luglio 1444 essa fu sottoscritta a Szegedin, con le condizioni per il sultano di restituire la Serbia occupata a Giorgio Brankoviç insieme ai figli presi in pegno e l'impegno a non invadere le terre di Scanderbeg. La Porta riconosceva quindi implicitamente il piccolo regno balcanico.

Dopo la firma della pace, Murad II abdicò a favore del figlio Mehmed per ritirarsi in Magnesia a passare gli ultimi anni della sua vita. La pace decennale però durò sei settimane. Iuliani convinse Ladislao di Polonia e Ungheria a rompere il trattato e ad attaccare aprofittando dell'assenza del sultano. Ladislao entrò in Bulgaria con un "fritto misto" di 14 mila tra polacchi, ungheresi e romeni. Mise il campo a Varna e attese che giungessero gli alleati crociati. Scanderbeg s'era impegnato con l'alleato polacco a raggiungerlo e si mise in movimento il 15 ottobre, dopo aver raccolto altri 15 mila uomini insieme alla sua guardia. Vi sarebbe giunto se non avesse trovato il passo sbarrato dal Brankoviç, il quale, non avendo rotto la pace col sultano, non voleva inimicarsi quest'ultimo. Scanderbeg aveva perso tre settimane in trattative quando diede ordine ai suoi di passare comunque, volenti o nolenti i serbi. Si era già inoltrato in Serbia, quando venne a sapere da ungheresi e polacchi fuggiaschi della sconfitta e della morte di Ladislao.

Era accaduto che, avendo sentito della rottura della pace da parte di Ladislao, il sultano si fosse mosso dall'Anatolia con 40 mila uomini, avesse varcato il Bosforo su navi genovesi pagando un ducato a testa per i suoi uomini, avesse preso quartiere a Varna di fronte ai crociati che si erano riuniti quasi tutti. Dopo aver schierato l'esercito con Turhan pascià, beylerbey della Rumelia, a destra e Caragià pascià, beylerbey dell'Anatolia, a sinistra e aver tenuto i giannizzeri al centro con sè, stava per dare l'ordine di carica quando fu preceduto da Hunyadi con i suoi quindicimila, che fecero crollare con il loro coraggioso impeto le ali dei turchi. Il centro barcollava anch'esso e Murad era già in sella pronto a fuggire, fermato solo da Caragià pascià che gli aveva preso il cavallo per le redini, che una pazzia di Ladislao regalò la vittoria ai turchi. Credendo che la giornata fosse sua, caricò con la guardia polacca il centro dell'esercito turco. Circondato dai giannizzeri venne ucciso e la sua testa esposta su di una picca e mostrata ai cristiani. Questi, demoralizzati, non ressero al centro al contrattacco dei giannizzeri e fuggirono. Le ali dell'esercito cristiano vinto caddero da sè.

Circa 10 mila morti cristiani coprivano Varna. Tra di essi il cardinal Iuliani con la spada in mano. Hunyadi fuggì con il resto dei suoi uomini e, varcato il Tuna, fu fatto prigioniero da Vlad III, gospodar (signore) della Moldavia, nominato dai romeni Drakul Cepelush (il Diavolo Macellaio) e dai turchi Kaziklli Voda (il Vojvoda della Forca), che lo lasciò libero solo dopo il pagamento di un pesante riscatto. Insomma, c'era di che essere tristi e contrariati dopo aver perso diecimila uomini mentre si era ad un passo dalla vittoria e aver passato per questo dei mesi da prigioniero di Dracula.
Non avendo nessuno chiesto la pace, Murad II dovette continuare la lotta nei Balcani e non aveva tempo per occuparsi di Scanderbeg. Gli mandò Hajredin Bey con proposte di pace che vennero rifiutate. Per tenerlo sotto controllo venne inviato Firuz pascià con novemila cavalieri. Non dovevano provocare in alcun modo gli albanesi, ma dovevano attenderlo e tendergli qualche imboscata nel momento in cui avesse varcato il confine. Scanderbeg lo affrontò nella pianura della Mokrena, abitata da bulgari, ma sotto il suo dominio, con la sola sua guardia. Lo affrontò il 10 ottobre 1445 in un bosco dove lo aveva spinto con numerose azioni di guerriglia. Gli uomini a cavallo ottomani erano impediti dagli alberi e furono annientati dagli albanesi appiedati che sbucavano da tutti i nascondigli possibili. Lasciando mille e cinquecento morti e mille prigionieri Firuz pascià tornò ad Adrianopoli.

La notizia della battaglia della Mokrena ebbe grande fortuna in Occidente, dove
fu accolta come la vendetta di Varna. E fruttò una grande vittoria diplomatica. Alfonso di Napoli ed Eugenio IV inviarono ambasciatori, benedizioni apostoliche e denaro. Un nuovo campione della cristianità.

Nel 1446 toccò a Mustafà pascià e ai suoi 15 mila ad essere sconfitto.....