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2009
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Relazione sul Concorso 2009
Premiati della Sezione Adulti
Premiati della Sezione Giovani
Gruppo Musicale
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Premiati della Sezione Adulti

 

 

1° premio della sezione Adulti

va alla poesia “Mega thavma” = “Grande stupore” dell’autrice Giuseppina Demetra Schirò di Piana degli Albanesi (PA).

 

 

 

 

Poesia Premiata

 

 

“Mega thavma”


Kjo mbrëmë
çel zjarre
mbi pëlhurën e zezë
të Grekëvet
Shpuar nga një rric
shpirti njeh cinërat
të thavmës së madhe
e qetet
valë valë unazash
rrotullon tek ti
kërkon angonën
e humbët e qetë
vetëm me dica libre
e ndo skurruxhë
dejtesh
të tjerë jetëve

 

“Grande stupore”


Stasera il tramonto
accende i fuochi
sul telone nero
dei Greci
Punta da un riccio
l’anima conosce
le ciglia
dell’antico stupore
e tace
a strisce spirali
rotola in te
cerca il vertice
remoto racconto
soltanto con dei libri
e qualche conchiglia
di mari d’altri mondi

 

 

 

Giuseppina Demetra Schiro' premiata da Giuseppe Cerchio (a sinistra) del Consiglio della Provincia di Torino

La poesia di Giuseppina Schirò, coi suoi versi criptici, ci riporta in un tempo mitico, ormai solo nei ricordi di quando ancora le nostre genti calpestavano gli antichi lidi della Morea e del Peloponneso, da quei lidi antichi molti arbëreshë hanno la loro origine.

I versi della Schirò, ci fanno ricordare di Erodoto e le sue storie che ci raccontano dei Pelasgi sul colle Imetto a circa uno stadio dalle mura di Atene, sul quale colle, vi era la sorgente “Enneacruno” che tanto ha in comune con la nostra lingua.

Tranne che per alcune parole sgrammaticate, come avviene nel secondo verso “çel zjarre” dove più correttamente occorrerebbe scrivere “çelen zjarre - i versi della Schirò denotano capacità linguistica e conservano i tratti caratteristici originari, quindi, le desinenze arcaiche come in “unazash = di anelli” e “dejtesh = di mari”.

 

 

 

 

 

 

 

 2° premio della sezione Adulti

è stato assegnato a “Shena dimri” = “Scena d’invernodell’autrice Costantina Florio di Chieuti (FG).

 

 

 

Poesia Premiata

 

 

“Shena dimri”


Bie bora floke floke
grihu Mara e bëj di droqë;
zogu, jashtë, këndon dal,
brënda, kusìa zjen vala valë;
digjen drut dhe lamba e lartë
jep një dritë si e art;
çikzat bënjën shkreptime
dhe gëzonjën shpirtin tim.
Josha plakë prëzë zjarrit rri
dhe rëfjen kur, nuse e re,
bashkë me shoket këndoji
dhe në dimër valëzoji.
Dal, një lot nga site I kalon
kur atë mot ajo kujton.
Maçja fle e rëfulisën
tua ëndërruor një mi i zënë,
dhe ndërsa asaj i dridhen dhëmbët,
qeni ngjan prëzë vatrës këmbët
e qetu qetu pret një asht,
ndë ngë ja jep, ngë del jashtë.
Poshtë te staja kali plak
grin bashkë tërshërë e kashtë.
But but bora kalon,
troje e male gjithë mbulon,
ndën kësaj zbardhësì
fshehur rritet gruri i rri.

 

“Scene d’inverno”


Cade la neve a fiocchi a fiocchi,
alzati Mara e prepara due droqe;
l’uccello, fuori, canta piano,
all’interno il paiolo bolle ad onde;
la legna brucia e la fiamma alta
emana una luce come d’oro;
le scintille fanno strepiti
e rallegrano il mio animo.
La nonna anziana presso il fuoco sta
e racconta quando, giovane sposa,
assieme alle compagne cantava
e d’inverno ballava
lenta, una lacrima le scende dagli occhi
quand’ella quel tempo ricorda.
La gatta dorme e russa,
sognando un topo catturato
e mentre le tremano i denti,
il cane allunga presso il camino i piedi
e silenziosamente attende un osso,
se non glielo dai, fuori non esce.
Giù nella stalla il vecchio cavallo
biada e paglia trita insieme.
Lentamente la neve scende,
pianure e monti tutto copre,
sotto questa coltre bianca
nascosto cresce il nuovo grano.

 

 

 

Costantina Florio di Chieuti (a sinistra) premiata dal Vice Sindaco della Citta' di Chieri Luigi Sodano (al centro)

L’elaboratoShena dimri”, mandato a concorrere dalla Costantina Florio, nella sua coinvolgente ritmicità, nella rima baciata e nello scritto, fa notare una elevata conoscenza della lingua arbëreshe di forma arcaica che risulta la meno corrosa.

Nel suo scritto, ella usa gruppi consonantici arcaici come “pl” in “plak = vecchio”; “fl” in “fle = dorme”; “mb” in “mbulon = copre”.

Bisogna comunque notare come anche nei versi della Florio siano presenti forme errate, difatti, “bora = la neve” è forma sgrammaticata del più corretto “dëbora”.

Così bisogna anche notare che, accanto ai gruppi consonantici di forma arcaica - a denunziare una forma linguistica in evidente stato “evolutivo” nei versi vengono anche usati forme mutate, ciò lo si nota nel verso “qeni ngjan…”, “ngjan = allunga”, nella forma arcaica, richiederebbe il gruppo “gl”.

L’elaborato della Florio, una pregevole filastrocca che ci descrive l’intimità della “vatra”, è indicativo di una lingua viva e della vitalità della lingua.


 

 

 

 

 

3° premio della sezione Adulti

va alla poesia “Një valtim” = “Pianto Materno” dell’autore Benito Guido di Santa Sofia D’Epiro (CS).

 

 

 

Poesia Premiata

 

“Një valtim”


Bubuqe e bardhë e e vikerr si një volë ndër zall
të çivosjim xhusi zogu ndënjë folè
sa natë bëm shtuara u e i tatë, ma pjot me mall
sa dita të gëzuara neve ti na dhè.


Ti qeve drita jonë për gjithë këta vjet
ti qeve gjella e gjelles, shpirti tonë.
Nanì je një varr pa dritë, të mbullitim vet
e një goxhdë na leve ndë këta zëmëra tona.


Oj bila mëmes, fara e lules dheut
oj bila mëmes, rrëmbë e bardh si diell
Ajo vet kurmin këtu na lëreu
ma shpirt saja ë tek i kalter qiell.


Oj bila mëmes, si ike më lëreve
oj bila mëmes si një pëllumb ti fjuturove.
Atë gaz të bukur bashk me tija e qelle
e njeter jëmë te qialli vajte çove.


Oj Zënja Shën Mëri ti dueje mirë
se na i foltim shumë e ja i tham
pse kët dhullurin tonë vet ti e kapir
jona na vdiq ma birin tëndë t’e vram.


U e i tatë qami e të kultomi nga dita
pse te kjò shpi ti na lireve vet
Ma rrënj pjotë me shprezë se Maria Rita
na pret sa të rrimi bashkë tek jetra jetë

“Pianto Materno”


Bocciolo come perla in lido
nutrita t’abbiamo d’affetto e d’ardore,
come uccelletto dentro il proprio nido.
Giorni felici e pieni d’amore.


Luce sei stata per noi ogni momento,
vita della nostra vita, figlia adorata,
or nel sepolcro buio e eternamente,
un chiodo nel cuore ci hai lasciato.


O figlia mia, fior pieno di purezza;
o figlia mia, di sol raggio splendente
il corpo tuo, in questa terra, olezza,
l’anima, nel ciel turchino, è sorridente.


Fuggita sei e sola m’hai lasciata,
come colomba sei volata via,
il bel sorriso teco hai portato
in ciel trovato hai la Madre Pia.


“Ave Maria” col tuo grande amore,
accogli ogn’or la creatura mia
soltanto Tu comprendi il mio dolore
ella è morta, in croce sta il Messia.


Soli e col pianto noi ricorderemo,
in questa casa, il riso tuo giocondo,
con la speranza che ci incontreremo
con Maria Rita nell’altro mondo.

 

 

 

Benito Guido di S. Sofia D'Epiro (CS) premiato da Sandro Berardone (a sinistra)

Benito Guido ci presenta un “canto” dalla metrica invidiabile con il quale, nelle sue quartine, con i versi in rima alternata, ci permette di fare voli ben equilibrati.
Il “canto”, la poesia che ci offre l’autore, ci racconta di un immenso bene perso: niente al mondo potrà sostituire tale perdita, ecco allora che l’autore trova consolazione nella poesia che diventa preghiera nell’“Ave Maria”.
I versi de “Një valtim” sono indicatori di una coinè già in atto tra tutti gli Arbëreshë, infatti, tali versi, sono immediatamente fruibili da tutti noi:
questa chiara intercomprensione, non ci esime comunque dal far notare proprio per una maggiore comune fruibilità della lingua che nei versi di Benito Guido vi sono alcune incongruenze linguistiche, queste, ci vengono rilevate in alcuni termini adoperati, cfr. “goxhdë = chiodi”, la forma corretta di “goxhdë” sarebbe invece “gozhdë".

Al proposito delle incongruenze, vi è anche il non necessario uso di termini italiani, vedi la forma italiana “kapir = comprendi”, questo termine potrebbe essere facilmente sostituito dal più corretto termine arbëresh “ndiligon = comprendi”.
I versi mandati a concorrere da Benito Guido, nella metrica e nelle rime, ci danno il piacere di ricordare un Autore ben più importante della lingua Arbëreshe, si tratta di Giulio Variboba che con la sua pregevole opera “Gjella e Shën Mëris Virgjer” = “La vita di S. Maria Vergine” è passato nella storia indelebile della nostra letteratura.

 

 

 



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