Immigrazioni albanesi in Calabria nel XV secolo

Immigrazioni albanesi in Calabria nel XV secolo secondo il manoscritto di Agostino Tocci a cura di Vincenzino Ducas Angeli Vaccaro Sulle immigrazioni Albanesi in Italia, la più accreditata storiografia propone tra le più importanti quella avvenuta dopo la morte di Skanderbeg (1468-1470), quella della caduta di alcune regioni della Grecia, cadute in "mano turcorum" ( Eubea o Negroponte, Acaia ) del 1473 e quella della resa di Corone, Maupasia o Malvasia e di Napoli di Romania (1533- 1570). Un documento manoscritto, però, di Agostino Tocci risalente al 1650, rinvenuto in San Cosmo Albanese, nella casa di Flaminio Tocci e pubblicato a Firenze nel 1866 da Gerolamo De Rada e Niccolò Jeno de' Coronei come appendice alle "Rapsodie di un Poema Albanese", fornisce una versione che, oltre ad essere di prezioso ampliamento, trascende dai dogmi prefissati dalla storigrafia. Ritengo opportuno non commentare il manoscritto in quanto già una valida esegesi della fonte è stata accuratamente data dal Prof.Domenico Cassiano, sostenendo, in sintesi, che La Memoria di Agostino Tocci del 1650, quasi due secoli dopo la morte di Skanderbeg, nel suo complesso, costituisce un documento storico di rilevante valore e può essere considerata una silloge del ricordo popolare, oralmente tramandato di generazione in generazione, del viaggio travagliato dall'Albania all'Italia, contenente notizie veritiere e drammatiche. Agostino Tocci, nel suo memoriale, prospetta, in maniera epica, una serie di avvenimenti risalenti il periodo in cui Giovanni, figlio di Giorgio Castriota Skanderbeg, ormai stabilitosi nei suoi feudi pugliesi con la madre Donica, vocato dai suoi compatrioti albanesi, nel 1481 tentò, con ardua impresa, la riconquista di quei territori d'Albania ormai soggiogati dall'orda turca. Giovanni si battè valorosamente e più volte vinse, ma sicuramente facevano difetto in lui, come scrisse Alessandro Cutolo, se non il valore, l'accortezza nel guerreggiare di suo padre e quel grande fascino che mai altro principe aveva avuto prima di Giorgio Castriota e nessun capo poteva più possedere. Stremato da forza avversaria, numericamente più grande e logisticamente più organizzata, Giovanni radunò a sè i suoi ufficiali con l'intento di far evacuare dall'Albania la maggior parte di popolazione facendo loro raggiungere le più sicure coste italiane. Sulle immigrazioni Albanesi in Italia, la più accreditata storiografia propone tra le più importanti quella avvenuta dopo la morte di Skanderbeg (1468-1470), quella della caduta di alcune regioni della Grecia, cadute in "mano turcorum" ( Eubea o Negroponte, Acaia ) del 1473 e quella della resa di Corone, Maupasia o Malvasia e di Napoli di Romania (1533- 1570). Un documento manoscritto, però, di Agostino Tocci risalente al 1650, rinvenuto in San Cosmo Albanese, nella casa di Flaminio Tocci e pubblicato a Firenze nel 1866 da Gerolamo De Rada e Niccolò Jeno de' Coronei come appendice alle "Rapsodie di un Poema Albanese", fornisce una versione che, oltre ad essere di prezioso ampliamento, trascende dai dogmi prefissati dalla storigrafia. Ritengo opportuno non commentare il manoscritto in quanto già una valida esegesi della fonte è stata accuratamente data dal Prof.Domenico Cassiano, sostenendo, in sintesi, che La Memoria di Agostino Tocci del 1650, quasi due secoli dopo la morte di Skanderbeg, nel suo complesso, costituisce un documento storico di rilevante valore e può essere considerata una silloge del ricordo popolare, oralmente tramandato di generazione in generazione, del viaggio travagliato dall'Albania all'Italia, contenente notizie veritiere e drammatiche. Agostino Tocci, nel suo memoriale, prospetta, in maniera epica, una serie di avvenimenti risalenti il periodo in cui Giovanni, figlio di Giorgio Castriota Skanderbeg, ormai stabilitosi nei suoi feudi pugliesi con la madre Donica, vocato dai suoi compatrioti albanesi, nel 1481 tentò, con ardua impresa, la riconquista di quei territori d'Albania ormai soggiogati dall'orda turca. Giovanni si battè valorosamente e più volte vinse, ma sicuramente facevano difetto in lui, come scrisse Alessandro Cutolo, se non il valore, l'accortezza nel guerreggiare di suo padre e quel grande fascino che mai altro principe aveva avuto prima di Giorgio Castriota e nessun capo poteva più possedere. Stremato da forza avversaria, numericamente più grande e logisticamente più organizzata, Giovanni radunò a sè i suoi ufficiali con l'intento di far evacuare dall'Albania la maggior parte di popolazione facendo loro raggiungere le più sicure coste italiane. Dal Manoscritto di Agostino Tocci: "Don Giovanni, figlio di Skanderbeg,fece levata di tutte le donne, i fanciulli, i vecchi inabili alle armi unendo navi e barche di negozio, dalle città albanesi di Vallona di Particci, Musachese, Durazzo, Bojana Dulcigno e Antivari, via facendo verso il porto di questa, ove erano unite le navi, col convoglio di quattro galere veneziane, con tutta la sua gente fatti d'armi. La causa di tanti mali è stata la discordia avvenuta fra Chimara che è parte dell'Albania e Scodra: divise essendo queste province da un gran fiume detto Bojana ricco di pesci e di anguille, di cui si fa traffico. Vedendo che l'inondazione dei Turchi sotto la condotta del Granvisir Joussuf Bassa soggiogava tutta l'Albania, e doveva investire la porzione al di là dal fiume, i Chimarioti dubitando delle loro case là vicine, uniti in parlamento e divisi dagli Scodriotti, scrissero al sudetto Joussuf Bassa che si ritiravano quieti e lasciavano le armi se non desse molestia alla Chimara; e fu accordato e questi si ritirarono ne' paesi loro. Restò l'altra parte che era della provincia di Scodra che non lasciò l'arme, ma per non star soggetta a' Turchi, deliberò la partenza, con aver questi mantenuto con l'armi la loro parola. Le donne e i putti mandati furono da essi ad unirsi con altri uomini, che seguirono D. Giovanni ed altri principi Albanesi. I Cavalieri Albanesi che comandavano alla soldatesca si chiamavano Cola Mark Shini, Elia Mallisi, e Marco de Mathia i due Itri erano primarj di Scodra. Nella milizia erano molte donne vestite militarmente e che accompagnavano con l'armi in mano i loro mariti, e poi unitamente co' detti militi s'imbarcarono. I Turchi condotti da Joussuf Bassa giunsero fino ad Antivari dove si erano raccolti gli Albanesi con D. Giovanni Castriota e l'assediarono, impedendo agli Albanesi di uscire per raggiungere, nella Dalmazia, il porto di Pastrovich, dove erano già pronte per la partenza le navi veneziane assoldate. Gli assediati, dato fuoco al castello, uscirono alla disperata contro i Turchi, prendendoli di sorpresa e menando strage nel loro campo, riuscirono a fuggire nei principi di primavera (si riferisce sicuramente a qualche anno dopo il 1481) e dopo aver guadato un fiume non senza perdita di molti Albanesi, pervennero finalmente a Pastrovich, dove s'imbarcarono per l'Italia. Sulle navi salirono prima le donne, i vecchi, i bambini e poi D. Giovanni con gli altri soldati. E facendo il computo degli imbarcati e delle barche, si trovò molta gente mancante e morta per strada d'infermità e di mancanza di viveri per la repentina partenza, e molte barche dalla tempesta di mare disperse, delle quali non si ebbero più notizie. E piangendo il loro misero stato e consigliatosi D. Giovanni con i capi de' suoi, si diressero verso Palermo, dove allora si trovava re Ferrante, al quale rappresentando il loro misero stato chiesero ajuto e che concedesse sbarcare tutta la gente. Ma il re conoscendo chi erano non volle riceverli nel regno se no avria mandato a fondo le navi; e così comandò a tutte le sue terre e comando gente che impedisse lo sbarco per tutto il suo regno. Furono ricacciati onde sbarcare a Salerno lo fecero dentro Napoli, ed il popolo Napolitano li acclamava amici e difensori della fede, e li mise in Castel Nuovo rassettandoli in pochissimi giorni. D. Giovanni lasciò in Napoli la maggior parte di Albanesi sotto le cure di Cola Mark Shini e giunse a Roma con pochi soldati ed altri capi e ai piè del Papa con pianto prorruppe. Egli essere uno sventurato che per la Fede combattè dodici anni, e che prima di l'avo padre Skanderbeg e i fratelli di questo avvelenati dal Turco avevano speso la vita e la fortuna per difendere la Chiesa e che ora egli caduto e perseguitato da essi nemici de' cristiani, disfatto dal mare, profugo in terra altrui e senza trovare compassione, anzi non ricevuto da re Ferrante ne' suoi stati veniva ad implorare soccorso". Il Santo padre gli rispose: "Che tornasse a Napoli fra i suoi e governasse il suo popolo con amore e carità; che era suo pensiero conciliare ogni cosa. Così fece che scrisse a re Ferrante al re di Spagna, al re di Francia e all'Imperatore che accomodassero D. Giovanni come sovrano e dessero soccorso alla sua gente. A Napoli, in Castel Nuovo gli Albanesi dimorarono per quarant'anni. Ma per disavventura, sorti dissapori fra il re e i suoi, gli Albanesi popoli tutti senza mutare stato, furono d'accordo però dispartiti con le loro famigli in tutto il regno di Napoli e la Sicilia. Dopo di ciò il re di Spagna mandò soccorsi a re Ferrante e si fecero a perseguitare D. Giovanni e tutti gli Albanesi per scacciarli dal regno; ed essi fattisi forti a non volere uscire, ridotti in Avelline chiamarono i suoi più vicini e fecero de' fatti d'arme ad Avelline e ad Ariano. Poi ritiratisi a Trebisaccia a riunir le altre gente delle Calabrie, vi si fermarono alquanto giorni. Ma essendo giunto alle spalle re Ferrante verso Corigliano, trovatosi in mezzo due eserciti, D. Giovanni dimandò trombetta di pace, domandando che la pace fosse decisa dal Papa e dalli altri re cristiani, e che ei si starebbe alla sentenza di quelli. E fu accordata la tregua dove si decise che D. Giovanni prendesse San Pietro Galatina e li altri Albanesi sua grazie privilegi di Franchigie e distribuzione di denaro per sussidio siccome quelli della Dogana di Ferro: dover però gli Albanesi andare distribuiti pel regno tutto di Napoli e di Sicilia ed esservi incorporati ne fare città essi senza il consenso del re di Spagna." Il manoscritto è una sintesi, in realtà, di una raccolta di annedoti che in tutte le comunità Albanesi i nostri vecchi, ancora, con acceso fervore epicamente raccontano. Sulla autenticità del documento alcuni storici si sono espressi con riserbo, ma a noi abbiamo pensato di proporlo ugualmente con il beneficio del dubbio.

Fonte: Manoscritto di Agostino Tocci

 

Luigi Giura Da Maschito (PZ)

Scritto da Atanasio arch. Pizzi

Ing. arch. Luigi Giura Da Maschito (PZ).

Luminare, di origine Arbëreshë, della scienza esatta, è stato dal 1820 sino al 1862 colui che ha reso grandi servigi all’ingegneria Europea.Quando il 7 Settembre del 1860 Garibaldi giunse a Napoli, dovette dar vita al governo provvisorio che avrebbe condotto al plebiscito del 21 Ottobre del 1860; per lo scopo, mise al suo fianco uomini di elevato spessore morale e professionale, i quali dovevano rispondere alle emergenze che attendevano il capitolato Regno Borbone che doveva essere inglobato alla nascente nazione italica.
I prescelti che rivestirono quelle cariche istituzionali furono: Il Prodittatore – Giorgio Pallavicino, Il Ministro dell’Interno e Polizia – Raffaele Conforti, Il Seg. di Stato degli affari Esteri – Francesco Crispi, Il Ministro di Grazia e Giustizia – Pasquale Scura, Il Ministro di Guerra e Marina – Amilcare Anguissola, Il Ministro dei Lavori Pubblici – Luigi Giura.
Le figure istituzionali di Luigi Giura, da Maschito in provincia di Potenza, Pasquale Scura da Vaccarizzo Albanese in Provincia di Cosenza e Francesco Crispi da Palazzo Adriano in provincia di Palermo, riassumono il contributo sostanziale che gli arbëreshë, in quelle regioni, fornirono all’unificazione dell’Italia.

Crispi, Giura e Scura sono tre figli della comunità minoritaria d’Arberia, che fu tra le più operose e presenti in tutti gli intervalli storici che contribuirono al miglioramento sociale, culturale, economico e politico del meridione d’Italia.
Le storie che caratterizzarono questi uomini, differiscono per le discipline in cui essi seppero primeggiare, politico Francesco Crispi, magistrato Pasquale Scura, ingegnere Luigi Giura; accumunati tutti da un spiccato valore morale.
Degli uomini d’arberia in questo scritto mi soffermo sull’Ingegnere-Architetto Giura, poiché poco conosciuto all’interno della comunità Arbëreshë e in quella Albanese che ha sempre prediletto i letterati ed i giuristi in senso generale.
Egli si distinse nel periodo in cui il meridione viveva il dominio dei Borbone, questi ultimi, seppero imbrigliare la sua geniale professionalità e rendere le opere dell’ingegnere vanto e ricordo del periodo di dominazione, che di questa condizione tutt’oggi, rimane marchiato a torto.
Ingabbiando il suo immenso sapere, nonostante egli avesse avuto una chiara presa di posizione nei motti del 1848, ancora oggi rievocare il suo elevato spessore tecnico e artistico, ha sempre messo in luce il periodo storico e non il genio del professionista arbëreshë.
Spetta a noi albanofoni, mettere in risalto la sua figura di gentiluomo e di grande luminare dell’ingegneria.
Le sue opere rappresentano il vanto e i traguardi cui giunse il meridionale nel periodo che va dal 1820 al 1860.

Le parole con cui Paolo Emilio Imbriani, Presidente del Consiglio Provinciale Napoletano, salutò il nobile ingegnere il giorno del suo funerale, racchiudono la personalità del Giura: uomo di Scienza Onesta da associare al principio più dominante della Scienza Esatta.
Maschito piccolo centro minoritario di etnia albanofona allocato nell’area del Vulture in provincia di Potenza, Giovedì 1° ottobre del 1795, Vittoria Pascale, mette alla luce Luigi figlio di Francesco Saverio Giura.
Le prime nozioni scolastiche li acquisisce presso i padri delle Scuole Pie nella stessa provincia lucana.
Terminato brillantemente questo primo ciclo, il giovanotto fu affidato a Napoli allo zio materno Vincenzo, che lo indirizzò verso quelli scientifici, con particolare predilezione per la scienza, la matematica, la meccanica e l’idraulica.
Nel frattempo, il giovane arbëreshë, seguiva anche i corsi di disegno e composizione nell’Accademia napoletana di Belle Arti, completando la sua formazione, anche in campo artistico e architettonico.
Il 4 marzo 1811 sostenuto l’esame d’idoneità nella nascente Scuola Annessa al Corpo di Ponti e Strade, fu primo all’esito finale della prova, pur partecipando come allievo esterno.

Conseguito il titolo d’ingegnere e architetto nel 1814, con la delega a coadiuvare il cav. Bartolomeo Grasso, ingegnere del dipartimento, che si occupava delle aree in Terra di Lavoro in provincia di Caserta.
L’Europa in questo periodo è in fermento per l’acquisizione di nuovi sistemi tecnologici, di produzione, scambio e trasporti; chiaramente anche il meridione d’Italia per non rimanere arretrato ed essere fagocitato o assoggettato ad altre potenze, rispose con l’istituzione del Corpo degli Ingegneri di Ponti e Strade e l’annessa Scuola di Specializzazione che avrebbe dovuto garantire il naturale ricambio generazionale del corpo,
Ma l’istituzione non ebbe molti consensi nei territorio meridionale, poiché questi ultimi gestiti dai principi e signori locali, non accettavano di buon grado le regole con cui gli ingegneri pianificavano il territorio nel suo insieme, ne accettavano le prospettive di miglioramento e salvaguardia a spese dei latifondisti.
La questione non fu di semplice risoluzione e si trascinò per molti anni, furono molti gli episodi che misero in dubbio il futuro del Corpo, che, intorno al 1817 rischiò persino il fallimento visto il gran numero di giudizi cui veniva continuamente sottoposto.

La svolta si ebbe quando nel 1824 la direzione fu affidata all’ufficiale Borbone Carlo Afan de Rivera, quest’ultimo oltre ad aver avuto una brillante carriera militare, aveva collaborato per molti anni nelle officine cartografiche del regno, quindi lucido ed esperto conoscitore del territorio, completata da una grande formazione nel campo della botanica.
Egli si assunse la responsabilità di inserire interamente lo statuto che regolava il Corpo istituito e collaudato già in Francia.
In seguito la definitiva svolta si ebbe quando con un budget di circa seimila ducati inviò Luigi Giura accompagnato da tre giovani ingegneri Agostino Della Rocca, Federico Bausan e Michele Zecchetelli, negli stati italiani, in Francia, in Inghilterra e in alcune località della Svizzera per visitare ed acquisire le nuove metodiche nel campo dell’ingegneria.
Giura partì da Napoli il 18 luglio 1826 per ritornarvi il 27 luglio 1827, il programma di viaggio seguito dai tecnici napoletani fece capo a una moltitudine di siti, dei quali i più importanti e ricchi di nozioni furono quelli Parigini e Londinesi.
L’ingegnere arbëreshë può ritenersi uno dei restauratori della nostra antica Scuola di applicazione; la quale fu la prima Scuola speciale per gli ingegneri dei Ponti e Strade che possa vantare l’Italia.
Nel 1828 ebbe l’incarico dal Governo napoletano di costruire un ponte sospeso a catene di ferro sul Garigliano.
Fu in Italia la prima opera di questo nuovo sistema che evitava di realizzare paramenti murari nel letto del fiume, con il conseguente cospicuo risparmio di tempo e danaro; la novità di questo ponte è rappresentata del congegno del pendolo per il quale Giura salì agli onori dei progettisti europei.

Il doppio pendolo allocato in cima al pilastro di sospensione, era in grado di distribuire precisamente le forze provenienti dalle catenarie al pilastro a cui scaricava solo ed esclusivamente quella dello sforzo normale mentre alle catene di ritenuta, infisse nel terreno mediante le piastre di trattenuta, le forze risultanti inclinate, questa spartizione delle forze avveniva con qualsiasi carico applicato al tavolato di calpestio.
Ma non solo questo fu l’innovazione del ponte che consentì al Giura di riuscire in questa epocale impresa, infatti egli assieme ai proprietari delle fonderia di Mongiana in Calabria mise a punto una lega che gli permise di realizzare le catenarie di sospensione, realizzando le maglie con il metodo della trafilature, metodica ancora sconosciuta in Italia.
In oltre in breve tempo grazie ai suoi grafici, mise a punto sia la macchina che potesse realizzare la trafilatura dei metalli, che quella per la loro prova di carico.
Un macchinario cosi invasivo che durante le prove, provocava dei piccoli terremoti nella zona dei mulini dove era allocata, per cui, dovette essere smontata e trasferita nella periferia della città partenopea, poiché i contraccolpi che provocava quando si provocava la rottura della maglia di prova, era simile a scosse sismiche di rilevante entità.
Il ponte del Garigliano rappresenta il riassunto delle capacità progettuali ingegneristiche e architettoniche di Giura.

Dopo questa brillante impresa gli fu affidato di realizzare il ponte sul fiume Calore, sempre su catenarie, impiegando una spesa minore del previsto; mentre sulla scia della burocrazia politica, e altri due, uno a Pescara e l’altro a Eboli sul fiume Sele, in località Barritto, non furono mai realizzati per lungaggini che in quel periodo aveva preso piede e rallentava il buon lavoro del corpo degli ingegneri.
L’altra grande opera realizzata da Giura fu la bonifica dell’emissario del Fucino, un condotto, realizzato da Claudio Imperatore per portare le acque del lago carsico nel fiume Liri, attraverso un cunicolo sotterraneo di circa sei chilometri.
Le opere per tenere in efficienza il condotto ebbero come protagonisti Traiano, Adriano, e poi Federico II di Svevia seguito da Alfonso I, ma nessuno di loro riuscì nel tentativo di realizzare un idoneo equilibrio di tutte le sezioni del condotto.
La realizzazione di un opera cosi antica venne sottoposta alla genialità di Luigi Giura nel 1835, il quale coadiuvato da valenti ingegneri del corpo, attraverso una serie di rilievi e studio appropriati, riuscì a sostenere gli incerti terreni della montagna, fino a raggiungere l’intero sgombero del celebre traforo,attraverso i campi patentini e del monte Salviano.
Egli fornì un progetto completo atto ad ampliare e restaurare l’emissario, oltre a tutte le opere utili a prosciugare il lago, sulla base dei suoi elaborati è stato possibile la realizzazione dell’opera che sino ad allora si riteneva irrealizzabile.

Nel 1839 fu promosso ispettore generale nel Corpo degli Ingegneri delle Acque e Strade e nella duplice funzione d’Ispettore e di membro del supremo Consiglio d’Arte del Corpo, prese parte in tutte le opere pubbliche di maggior rilievo.
Emblematico è l’episodio del 1853 quando il progetto della foce dei Regi Lagni in terra di lavoro fu pubblicato negli annali della facoltà di ingegneria, questo spinse i tecnici Francesi a recarsi nella biblioteca nazionale della città partenopea, per consultare quei volumi alla ricerca della innovazione messe in atto dal Giura.
Non vi fu luogo del regno, dove non si recò a esaminare strade, ponti, opere di regimentazione, bonifica, porti, non sottraendosi mai a fornire utili consigli finalizzati al buon esito e al compimento delle opere.
E al Giura che si deve la bonifica della zona detta di fossi, da cui partiva la ferrovia Napoli Portici Castellammare, oltre a progettare la stazione terminale Stabiese.
Sempre al Giura fu affidato il collaudo e il controllo della prima ferrovia italiana da Napoli a Portici, che pur essendo stata completata no si riusciva a trovare un tecnico capace di controllare che tutto fosse stato realizzato secondo i canoni progettuali, incarico che assunse e portò a buon fine in breve tempo.
A lui si deve la realizzazione dello zuccherificio di Sarno, interamente meccanizzato a trazione idrica, oggi ancora si conserva il condotto che muoveva la grande ruota a pale e una parte degli alberi che garantivano il movimenti dei macchinari.

Quando nel 1860, Garibaldi assunse la dittatura delle province meridionali, Luigi Giura fu prima nominato direttore generale dei Ponti e Strade e poi elevato a Ministro dei Lavori Pubblici.
Abituato a vivere a diretto contatto con le opere da innalzare non ritenne idoneo quell’incarico di Ministro che doveva tenere conto di esaminare il lato politico e non quello pratico, a cui lui era più incline.
Ma sopraffatto da gravi problemi fisici, oltre all’età preferì ritirarsi a vita privata non prima di essere insignito del titolo di Ufficiale del Real Ordine Mauriziano.
Tornato a Napoli rivestì l’incarico di architetto commissario del municipio napoletano, che aveva sostenuto per lunghi anni; anche perché si rese subito conto che la vita senza la sua professione non gli si addiceva e per la sua insostituibile professionalità fu eletto consigliere per la Provincia di Napoli.
Una febbre misteriosa nel giro di un mese, nonostante tutte le opportune cure mediche di allora, Luigi Giura muore il 1° di marzo del 1864, all’età di sessantanove anni.
Fu tumulato nel Cimitero Monumentale di Napoli con una solenne funzione in cui furono apposte le steli, realizzate dalla provincia di Potenza, in suo ricordo e di suo fratello Rosario morto esule a Nizza.

 

Storia degli insediamenti

 

L'emigrazione albanese in italia è avvenuta in un arco di tempo che abbraccia almeno tre secoli, dalla metà del XV secolo alla metà del XVIII: si trattò in effetti di più ondate successive, in particolare dopo il 1468, anno della morte dell'eroe nazionale Giorgio Castriota Skanderberg.
Secondo una tradizione di studi storici consolidata e anche secondo studi recenti sono almeno otto le ondate migratorie di albanesi nella penisola italiana, cui va aggiunta l'ultima recentissima cominciata all'inizio degli anni novanta del 1900. Gli albanesi in genere non si stabilirono da subito in una sede fissa, ma si spostarono più volte all'interno del territorio italiano e ciò spiegherebbe anche la loro presenza in moltissimi centri italiani e in quasi tutto il Meridione.

 

 

La prima migrazione risalirebbe agli anni (1399 – 1409), quando la Calabria era sconvolta dalle lotte tra i feudatari e il governo angioino e gruppi albanesi fornirono i loro servizi militari.

La seconda migrazione  risale agli anni (1416 – 1442), quando Alfonso I d'Aragona ricorse ai servizi del nobile condottiero albanese Demetrio Reres;  che portò con sé un folto seguito di uomini. La ricompensa per i suoi servigi consistette nella donazione, nel 1448, di alcuni territori in Calabria e, ai suoi figli, in Sicilia, (paesi di Caraffa, Pellegorio, S. Nicola e Carfizzi vicino a Catanzaro e Piana degli Albanesi in Sicilia.

(E ancora oggi le comunità più numerose si trovano in queste due regioni.  

La terza migrazione risale agli anni (1461 – 1470), quando Giorgio Castriota Skanderbeg, eroe nazionale albanese che aveva combattuto e respinto l'invasione turca nel 1443., inviò un corpo di spedizione albanese guidato dal nipote Coiro Stresso il quale Sbarcò nel 1461 a Barletta in aiuto di Ferrante I d'Aragona in lotta contro Giovanni d'Angiò;e i baroni ribelli, vinse e ricevette in premio il Gargano, Trani e S.Giovanni Rotondo. Sorsero così i paesi italo-albanesi di Chieuti, San Marco in Lamis, Roccaforzata e Martignano.

La quarta migrazione (1470 - 1478) coincide con un intensificarsi dei rapporti tra il Regno di Napoli e i nobili albanesi, anche in seguito al matrimonio tra una nipote dello Skanderberg e il principe Sanseverino di Bisignano e conla caduta di Krujia la quale nel 1478  cadde sotto il dominio turco e determinò una nuova migrazione verso l'Italia, migrazione guidata da Giovanni Castriota, figlio di Scanderbeg, verso i feudi di Soleto e Galatina nella penisola salentina. Queste popolazioni successivamente si trasferirono in Calabria e fondarono le comunità di San Demetrio, Macchia, San Cosmo, Vaccarizzo, San Giorgio, Santa Sofia, Spezzano e quasi tutte le altre comunità della provincia di Cosenza 32 comunità italo-albanesi. 

 In questo stesso periodo una fiorente colonia albanese era presente a Venezia e nei territori a questa soggetta.
La quinta migrazione (1533 - 1534) coincide con la caduta della fortezza albanese di Corone sotto il controllo turco e fu anche l'ultima migrazione massiccia.

La sesta migrazione (1664) coincide con la migrazione della popolazione della città di Maida, ribellatasi e sconfitta dai Turchi, verso Barile, già popolata da albanesi in precedenza.

La settima migrazione (1744)vede gli abitanti Chimaroti, provenienti da Pikernion non lontano da Santi

Quaranta nell'Albania meridionale, rifugiarsi a Villa Badessa (provincia di Pescara) in Abruzzo.

L'ottava migrazione (1774) vede un gruppo di albanesi rifugiarsi a Brindisi di Montagna, in Basilicata.

 

 

 

 

 

 

 

 

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